A una settimana dal nostro ultimo spettacolo, è ora di ricominciare a pensare al futuro. Con un occhio diverso e nuovo.
Serate come quella dello scorso martedì, infatti, permettono di modificare le proprie idee: perchè, con tutti i nostri limiti, è bello sapere di esser riusciti a realizzare qualcosa che è andato ben oltre un progetto di cover, ovvero l'idea che avevamo in mente quando siamo nati.
Mario Tonini ci ha definiti gruppo musicale teatrale, e cercheremo di continuare a onorare questa definizione anche nei nostri prossimi spettacoli. E, perchè no, anche riprendendo progetti messi in piedi lo scorso anno che, come è ovvio e giusto che sia, devono continuare a crescere con noi.
Questo sarà lo spirito che accompagnerà il nostro prossimo percorso. E, di fianco alle novità, perchè faremo in modo che ci siano tante novità, magari si rivedranno idee come Chi "Vespa" non mangia le mele e Paese di Poeti, Paese di Cantori. Da cui, tra l'altro, è tratto questo video, che vogliamo regalarvi come promessa.
A brevissimo arriveranno le prime info; voi continuate a seguirci.
Un giorno lessi una frase che mi piacque molto: essa recitava
La tradizione non consiste nel mantenere le ceneri ma nel mantenere viva una fiamma
A pronunciarla fu un politico francese dell'inizio del secolo scorso, che sarebbe passato alla storia come un grande pacifista, al punto da essere assassinato proprio a causa del suo diniego alla Prima Guerra Mondiale: Jean Jaurès.
Non conosco l'ambito in cui Jaurès pronunciò queste parole, ma le ho sempre ritenute così, avulse, una grande verità. Perchè tutti noi abbiamo una storia ed una tradizione da difendere, e la nostra tradizione in particolare è quella della fetta di mondo che abitiamo, il Piemonte, che è una culla di storia e di folklore della quale spesso ci dimentichiamo o sottovalutiamo.
Ecco perchè, portando in scena il nostro spettacolo Paese di Poeti, Paese di Cantori, dopo aver viaggiato lungo lo stivale facendo tappa nelle grandi città dei cantautori, come Genova e Bologna (non passiamo e ci fermiamo a Napoli solo perchè la lingua partenopea merita un rispetto che non saremmo in grado di regalarle), vogliamo, in questo piccolo "medley di eccellenze", tornare per un istante a casa, qui dove siam nati e cresciuti, fieri del nostro accento e della nostra natura di popolo che, per dirla con Gipo, non ha mai voluto dire come ama e come muore, e che dentro l'anima ha l'assurdo del dovere e dell'onore, anche a costo di crepare.
L'affetto per le proprie radici non è politica nè immobilismo: è semplicemente onorare il proprio retaggio ed amare ciò che si ha intorno, anche per poterlo migliorare.
Ecco quindi il nostro medley, diviso in tre parti: la grande letteratura di Beppe Fenoglio, con il duro incipit del suo romanzo La Malora, quindi un brano tradizionale, Me ideal, eseguito da Silvano Borgatta. Infine, una sorta di testamento ideale dei piemontesi, affidato alla penna del cantore Gipo Farassino.
La mia gente non ha l'estro di cantare, non ha il sole,non ha il mare e nemmeno il buonumore. La mia gente parla poco e ride a stento, e si tiene tutto dentro quando ha voglia di gridare. La mia gente come tutti è andata a scuola, ma non gli han detto una parola della sua civiltà Ma ci dicono che siamo musoni e ci dicono che odiamo i terroni, e ci dicono che siam piemontesi, falsi e cortesi e col naso all'insù. e ci dicono che siam piemontesi, falsi e cortesi e col naso all'insù. La mia gente dentro l'anima ha l'assurdo, del dovere, dell'onore, anche a costo di crepare. La mia gente per orgoglio, per pudore, non ha mai voluto dire come ama e come muore. La mia gente sopra i banchi di una scuola, gli han strappato la sua lingua e la sua dignità. Ma ci dicono che siamo musoni e ci dicono che odiamo i terroni, e ci dicono che siam piemontesi, falsi e cortesi e col naso all'insù. e ci dicono che siam piemontesi, falsi e cortesi e col naso all'insù.
Uno dei generi che da sempre apprezziamo maggiormente è sicuramente il rock progressivo, e in particolare quello nostrano: già nella scaletta del nostro primissimo concerto, quando ancora non ci chiamavamo B and B&B, avevamo voluto lasciare spazio ad alcuni brani di grandi band italiane del genere, sebbene il nostro repertorio fosse quasi del tutto in lingua inglese.
Ma non avevano ancora trovato spazio due brani che, fusi in un medley, ci sono entrati dentro al punto che ci piace suonarli sempre alla fine dei nostri concerti, per salutarvi, per come la pensiamo noi, al meglio.
Uno dei due brani è Il banchetto, della PFM, mentre l'altro, che abbiamo suonato ogni volta che siam saliti su di un palco dall'anno scorso a oggi, è Non mi rompete, del Banco del Mutuo Soccorso... Un piccolo grande capolavoro che merita di essere ascoltato e riascoltato!
Che dire, allora: spazio alla musica... E a presto per grandi news! Continuate a seguirci!
Ogni potere, qualunque esso sia, è destinato a fallire di fronte alla moda. Se la moda dice che le gonne devono essere corte, non si riuscirà ad allungarle nemmeno con la ghigliottina.
A pronunciare queste parole, Benito Mussolini. E, senza velleità politica alcuna, è indubbio che se addirittura un dittatore comprende quanto sia impossibile svincolarsi dalla moda, allora è evidente quanto essa sia determinante per stabilire i nostri ritmi e stili di vita.
Anche per questo è sicuramente lungimirante questo brano di Luigi Tenco datato 1964 in cui, con una sottile e beffarda ironia, il grande cantautore descrive i meccanismi perversi dell'inception, se così si può definire, della moda stessa.
Un Tenco sicuramente meno noto, ma non meno geniale, che ci ha colpiti moltissimo e ci ha spinti a metterci alla prova: ecco il nostro piccolo tributo, tratto dalla data zero di Paese di Poeti, Paese di Cantori, della scorsa estate: La ballata della Moda.
Come già accennato qualche giorno fa, il 2015 sarebbe stato un anno di novità: tra queste, potenzieremo il nostro canale Youtube, cercando di postar video dei nostri concerti con maggior frequenza. Speriamo apprezziate! In ogni caso, grazie a tutti voi che continuate a seguirci!
Era l'autunno e il cameriere Antonio servendo ad un tavolo di grandi industriali sentì decidere che per l'estate prossima sarebbe andata di moda l'acqua blu.
Loro dicevano che bastava fare
una campagna di pubblicità Mettere in ogni bar un po' di bottigliette ed il successo non poteva mancare
Antonio tra se rideva ahahah-ahahah diceva “me ne infischio della moda io bevo solo quello che mi va”
Venne l'inverno e Antonio vide al cinema cortometraggi con bottiglie d'acqua blu fotografie sui muri e sui giornali di belle donne che invitavano a provarla
in primavera già qualcuno la beveva e pure lui un giorno a casa d'un amico dovette berla perché quello imbarazzato gli disse “scusa ma non m'è rimasto altro”
Antonio però rideva ahahah-ahahah diceva “me ne infischio della moda ma in mancanza d'altro bevo quel che c'è”
venne l'estate ed in villeggiatura
Antonio aveva sete e non sapeva cosa bere in ogni bar dove chiedeva un dissetante manco a farlo apposta gli servivano acqua blu
le prime volte lui si era opposto ma poi pensò “chi me lo fa fare” e da quel giorno poco a poco si abituò un mese dopo non beveva altro
Antonio però rideva ahahah-ahahah diceva “me ne infischio della moda ma bevo questa bibita perché mi va”
ora è l'autunno, Antonio è all'ospedale intossicato perché beveva troppo e per servire quel tavolo importante s'è fatto sostituire dall'amico Pasquale
stan decidendo per la prossima moda un pantalone a strisce gialle e nere basterà fare una gran pubblicità farlo indossare da qualche grande attore
Pasquale tra se sorride Ahahaha-ahahah E dice “me ne infischio della moda io porto solo quello che mi va” Ma io vedo già Pasquale Ahahah-ahahah Chissà come starà male Coi pantaloni a strisce gialle e nere
Un giorno, Vincenzo Mollica intervistò Fabrizio De Andrè. Passi di questa lunga intervista sono raccolti in uno speciale della Rai che ha come cuore il meraviglioso concerto del grande cantautore genovese al Teatro Brancaccio del 1998, come cornice e presentazione alle canzoni. E tra i tanti, la domanda di Mollica su quale fosse, per Faber, la canzone che meglio lo rappresentasse tra le tante da lui scritte nella sua lunga e meravigliosa carriera. Senza esitare, De Andrè rispose:
Sicuramente Bocca di Rosa.
La storia di questa canzone, incisa per la prima volta in Volume I, nel 1967, è quella di una forestiera, Bocca di Rosa appunto, che, con il suo comportamento molto libertino arriva a sconvolgere la quiete del piccolo paesino di Sant'Ilario (un sobborgo di Genova), al punto da suscitare le ire e le invidie delle donne del paese, che riescono a convincere, su consiglio di una vecchia zitella inacidita, l'ordine costituito a cacciarla dalla città.
La canzone, che prende di mira quella mentalità perbenista, bigotta e chiusa, che nel racconto è propria delle donne della provincia ligure, ma in generale si rivolge al mondo intero, conobbe svariate modifiche e incontrò non pochi ostacoli, per le tematiche a dir poco "spinose", visti i limiti imposti dalla censura dell'epoca. Nel 1967, infatti, il disco Volume I venne stampato una seconda volta, e in questo secondo caso il testo della canzone venne modificato: il paesino di Sant'Ilario divenne il fittizio San Vicario, mentre i versi che citavano
Spesso gli sbirri e i carabinieri
al proprio dovere vengono meno
ma non quando sono in alta uniforme
e l'accompagnarono al primo treno
divennero, su "gentile pressione dell'Arma dei Carabinieri", quelli che tutti noi conosciamo, ovvero
Il cuore tenero non è una dote
di cui sian colmi i Carabinieri
ma quella volta a prendere il treno
l'accompagnarono malvolentieri.
Se la storia di Bocca di Rosa sia vera o frutto di finzione, questo non è dato saperlo con certezza. C'è chi pensa, teoria seccamente smentita da Dori Ghezzi e Paolo Villaggio, che di Faber era grande amico, che la "vera" Bocca di Rosa fosse Liliana Tassio, deceduta a Sampierdarena nel 2010, all'età di 88 anni.
Dori Ghezzi, invece, sostiene di aver saputo proprio dal marito che la musa ispiratrice non era genovese, ma una fan, triestina, che gli raccontò la sua storia e lo colpì a tal punto da spingerlo a scrivere la canzone. Ad ascoltare questa teoria, quindi, un fondo di verità l'avrebbe la storia di Maritza, la bella prostituta istriana protagonista della biografia romanzata di Bocca di Rosa nel libro Un destino ridicolo, scritto a quattro mani da Alessandro Gennari e lo stesso Faber, che sarebbe poi divenuto nel 2008 un film diretto da Daniele Costantini e intitolato Amore che vieni, amore che vai...
La verità, probabilmente, come spesso se non sempre accade per questi misteri, non la scopriremo mai, ed i suoi protagonisti ormai non calcano più questa terra. Quel che resta di sicuro è quel capolavoro magico che è, e che sempre sarà, questa canzone immortale:Bocca di Rosa.
La chiamavano bocca di rosa metteva l'amore, metteva l'amore, la chiamavano bocca di rosa metteva l'amore sopra ogni cosa.
Appena scese alla stazione nel paesino di Sant'Ilario tutti si accorsero con uno sguardo che non si trattava di un missionario.
C'è chi l'amore lo fa per noia chi se lo sceglie per professione bocca di rosa né l'uno né l'altro lei lo faceva per passione.
Ma la passione spesso conduce a soddisfare le proprie voglie senza indagare se il concupito ha il cuore libero oppure ha moglie.
E fu così che da un giorno all'altro bocca di rosa si tirò addosso l'ira funesta delle cagnette a cui aveva sottratto l'osso.
Ma le comari di un paesino non brillano certo in iniziativa le contromisure fino a quel punto si limitavano all'invettiva.
Si sa che la gente dà buoni consigli sentendosi come Gesù nel tempio, si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare cattivo esempio.
Così una vecchia mai stata moglie senza mai figli, senza più voglie, si prese la briga e di certo il gusto di dare a tutte il consiglio giusto.
E rivolgendosi alle cornute le apostrofò con parole argute: "il furto d'amore sarà punito- disse- dall'ordine costituito".
E quelle andarono dal commissario e dissero senza parafrasare: "quella schifosa ha già troppi clienti più di un consorzio alimentare".
E arrivarono quattro gendarmi con i pennacchi con i pennacchi e arrivarono quattro gendarmi con i pennacchi e con le armi. Il cuore tenero non è una dote di cui sian colmi i carabinieri ma quella volta a prendere il treno l'accompagnarono malvolentieri Alla stazione c'erano tutti dal commissario al sagrestano alla stazione c'erano tutti con gli occhi rossi e il cappello in mano,
a salutare chi per un poco senza pretese, senza pretese, a salutare chi per un poco portò l'amore nel paese.
C'era un cartello giallo con una scritta nera diceva "Addio bocca di rosa con te se ne parte la primavera".
Ma una notizia un po' originale non ha bisogno di alcun giornale come una freccia dall'arco scocca vola veloce di bocca in bocca.
E alla stazione successiva molta più gente di quando partiva chi mandò un bacio, chi gettò un fiore chi si prenota per due ore.
Persino il parroco che non disprezza fra un miserere e un'estrema unzione il bene effimero della bellezza la vuole accanto in processione.
E con la Vergine in prima fila e bocca di rosa poco lontano si porta a spasso per il paese l'amore sacro e l'amor profano.
Ero matta in mezzo ai matti. I matti erano matti nel profondo, alcuni molto intelligenti. Sono nate lì le mie più belle amicizie. I matti son simpatici, non come i dementi, che sono tutti fuori, nel mondo. I dementi li ho incontrati dopo, quando sono uscita...
Quando abbiamo cominciato a coltivare l'idea di abbinare musica e letteratura italiana nel nostro progetto Paese di Poeti, Paese di Cantori il nostro obiettivo era proprio questo: le poche righe con le quali ho iniziato questo post sono di Alda Merini, e la biografia della poetessa milanese, più volte internata in ospedali psichiatrici e che conobbe da vicino la follia, permette di comprenderne il peso più di qualunque altra parola.
Ed è qui che il collage comincia a costruirsi: come un'eco, ecco cominciare la storia de L'uomo coi capelli da ragazzo, canzone che Ivano Fossati scrisse nel 1988. Il protagonista è un uomo, un matto, che avrà quarant'anni, e i capelli da ragazzo, un'età indefinibile. Il racconto è quello del parallelismo impossibile tra due mondi troppo lontani: quello dell'Uomo coi capelli da ragazzo, costruito da fantasia senza controllo, la fantasia dei folli, quella che porta a vedere quel bel mare di Lombardia, che cresce attorno ai muri, come seminato a grano. E dall'altra, il mondo razionale. Un mondo lontano e diverso: l'Uomo coi capelli da ragazzo tiene l'anima per sè, in mezzo al cortile. E nessuno si spinge fin da lui, eccetto il medico, nessuno si ricorda di lui. Eppure, chi venisse a prenderlo la domenica vedrebbe che bel mare che c'è...
L'uomo avrà quarant'anni e i capelli da ragazzo in mezzo al cortile tiene l'anima per sè Il medico lo guarda il medico tranquillo lo ascolta gli lascia servire in tavola tutte le volte che c'è. Così parlano del tempo di questo vento che porta via e ancora del mare di questo bel mare di Lombardia che cresce attorno ai muri come seminato a grano quando d'estate canta e soffia qualche vapore lontano.
Chi venisse a prenderlo una domenica vedrebbe che bel mare che c'è.
Qui il ricordo non è uomo e il più delle volte nemmeno donna qui è il tempo che sta seduto a mettere i numeri in colonna Non per tracciare una rotta chè non si può dare una via quando a un acuto dolore segue una più acuta fantasia, L'uomo avrà quarant'anni e i capelli da ragazzo in camera ha un ritratto che si è fatto da sè.
Chi venisse a prenderlo una domenica vedrebbe che bel mare che c'è.
Chi era Boris Vian? Difficile dirlo, difficile dare un'identità a un artista tanto poliedrico. Fu scrittore, poeta, autore di opere teatrali. Ma anche musicista, abile trombettista fin dalla tenera età. E, grande appassionato di jazz, critico e dirigente del reparto discografico jazzistico della Phillips...
Morì giovane Boris Vian: ad appena trentanove anni, d'infarto, conseguenza di una cardiopatia che lo accompagnava da anni. Alle sue spalle lasciava una vera montagna di lavoro. Biografi raccontano come scrivesse a ogni ora, di giorno e di notte, ed a testimoniarlo rimangono infatti una decina di romanzi (tra cui il breve e scandaloso Sputerò sulle vostre tombe, scritto per scommessa e sotto lo pseudonimo di Vernon Sullivan, opera che gli donò la celebrità), svariate pièces teatrali e circa cinquecento canzoni.
Tra esse, una in particolare rimase destinata ad entrare nella storia come uno dei più grandi inni alla pace mai scritti: il suo titolo era Le deserteur. La scrisse nel 1954, per pubblicarla poco dopo la disfatta francese a Dien Bien Phu, che segnò la fine della guerra in Indocina.
Cantata inizialmente da Marcel Mouloudji, poi in un secondo momento da Vian, conobbe in seguito numerose interpretazioni da parte di molti artisti. In Italia arrivò grazie a Luigi Tenco, che la tradusse come I padroni della Terra. In seguito, venne ritradotta nella versione più nota, cantata da Ornella Vanoni e, soprattutto, Ivano Fossati.
Sono passati sessant'anni da quando Vian prese carta e penna e scrisse questi versi, ma ancora oggi le parole suonano fin troppo familiari, fin troppo attuali. Questo è il nostro piccolo tributo...
In piena facoltà,
Egregio Presidente,
le scrivo la presente,
che spero leggerà.
La cartolina qui
mi dice terra terra
di andare a far la guerra
quest'altro lunedì.
Ma io non sono qui,
Egregio Presidente,
per ammazzar la gente
più o meno come me.
Io non ce l'ho con Lei,
sia detto per inciso,
ma sento che ho deciso
e che diserterò.
Ho avuto solo guai
da quando sono nato
e i figli che ho allevato
han pianto insieme a me.
Mia mamma e mio papà
ormai son sotto terra
e a loro della guerra
non gliene fregherà.
Quand'ero in prigionia
qualcuno m'ha rubato
mia moglie e il mio passato,
la mia migliore età.
Domani mi alzerò
e chiuderò la porta
sulla stagione morta
e mi incamminerò.
Vivrò di carità
sulle strade di Spagna,
di Francia e di Bretagna
e a tutti griderò
di non partire più
e di non obbedire
per andare a morire
per non importa chi.
Per cui se servirà
del sangue ad ogni costo,
andate a dare il vostro,
se vi divertirà.
E dica pure ai suoi,
se vengono a cercarmi,
che possono spararmi,
io armi non ne ho.
P.S.: Per chi fosse interessato ad approfondire ulteriormente la magnifica storia di questa canzone, allego anche questo link.
1972: è l'anno di uscita de L'uomo di pezza, delle Orme. Un album che è praticamente un concept, e che ha come filo conduttore la figura di un uomo imbambolato, che diviene "di pezza" nei confronti di una donna.
In particolare, Gioco di bimba, seconda traccia dell'album e uno dei massimi successi della band, racconta, con l'efficacia del suo testo, sospeso tra favola e realtà, uno stupro, perpetuato ai danni di una ragazzina.
Questa è una canzone alla quale siamo molto legati: innanzitutto per la storia che racconta, che, proprio perchè avvolta da quest'atmosfera fiabesca, finisce per essere ancor più dissonante ed esplicita. Poi, perchè è, a nostro avviso, uno dei tanti capolavori della musica italiana che devono essere conosciuti ed ascoltati. Ecco il perchè del nostro tributo, e del fatto che, da quando suoniamo insieme, l'abbiamo eseguita a tutti i concerti.
Il video che segue è tratto dal live Paese di Poeti, Paese di Cantori, andato in scena nella chiesa di S. Rocco a Condove (TO) lo scorso 23 luglio, con Silvano Borgatta alle tastiere. Come al solito, grazie a Andrea Rossi per le riprese.
(1972 - Pagliuca, Tagliapietra)
Come d'incanto lei s'alza di notte, Cammina in silenzio con gli occhi ancor chiusi Come seguisse un magico canto E sull'altalena ritorna a sognare.
La lunga vestaglia, il volto di latte, I raggi di luna sui folti capelli. La statua di cera s'allunga tra i fiori Folletti gelosi la stanno a spiare.
Dondola, dondola, il vento la spinge Cattura le stelle per i suoi desideri. Un'ombra furtiva si stacca dal muro: Nel gioco di bimba si perde una donna.
Un grido al mattino in mezzo alla strada, Un uomo di pezza invoca il suo sarto Con voce smarrita per sempre ripete: "Io non volevo svegliarla così!" "Io non volevo svegliarla così!"