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martedì 3 febbraio 2015

In attesa di nuove avventure

A una settimana dal nostro ultimo spettacolo, è ora di ricominciare a pensare al futuro. Con un occhio diverso e nuovo.

Serate come quella dello scorso martedì, infatti, permettono di modificare le proprie idee: perchè, con tutti i nostri limiti, è bello sapere di esser riusciti a realizzare qualcosa che è andato ben oltre un progetto di cover, ovvero l'idea che avevamo in mente quando siamo nati.

Mario Tonini ci ha definiti gruppo musicale teatrale, e cercheremo di continuare a onorare questa definizione anche nei nostri prossimi spettacoli. E, perchè no, anche riprendendo progetti messi in piedi lo scorso anno che, come è ovvio e giusto che sia, devono continuare a crescere con noi.

Questo sarà lo spirito che accompagnerà il nostro prossimo percorso. E, di fianco alle novità, perchè faremo in modo che ci siano tante novità, magari si rivedranno idee come Chi "Vespa" non mangia le mele e Paese di Poeti, Paese di Cantori. Da cui, tra l'altro, è tratto questo video, che vogliamo regalarvi come promessa.

A brevissimo arriveranno le prime info; voi continuate a seguirci.

martedì 13 gennaio 2015

Con le radici nella nostra piccola fetta di mondo...

Un giorno lessi una frase che mi piacque molto: essa recitava

La tradizione non consiste nel mantenere le ceneri ma nel mantenere viva una fiamma

A pronunciarla fu un politico francese dell'inizio del secolo scorso, che sarebbe passato alla storia come un grande pacifista, al punto da essere assassinato proprio a causa del suo diniego alla Prima Guerra Mondiale: Jean Jaurès.

Non conosco l'ambito in cui Jaurès pronunciò queste parole, ma le ho sempre ritenute così, avulse, una grande verità. Perchè tutti noi abbiamo una storia ed una tradizione da difendere, e la nostra tradizione in particolare è quella della fetta di mondo che abitiamo, il Piemonte, che è una culla di storia e di folklore della quale spesso ci dimentichiamo o sottovalutiamo.

Ecco perchè, portando in scena il nostro spettacolo Paese di Poeti, Paese di Cantori, dopo aver viaggiato lungo lo stivale facendo tappa nelle grandi città dei cantautori, come Genova e Bologna (non passiamo e ci fermiamo a Napoli solo perchè la lingua partenopea merita un rispetto che non saremmo in grado di regalarle), vogliamo, in questo piccolo "medley di eccellenze", tornare per un istante a casa, qui dove siam nati e cresciuti, fieri del nostro accento e della nostra natura di popolo che, per dirla con Gipo, non ha mai voluto dire come ama e come muore, e che dentro l'anima ha l'assurdo del dovere e dell'onore, anche a costo di crepare

L'affetto per le proprie radici non è politica nè immobilismo: è semplicemente onorare il proprio retaggio ed amare ciò che si ha intorno, anche per poterlo migliorare.

Ecco quindi il nostro medley, diviso in tre parti: la grande letteratura di Beppe Fenoglio, con il duro incipit del suo romanzo La Malora, quindi un brano tradizionale, Me ideal, eseguito da Silvano Borgatta. Infine, una sorta di testamento ideale dei piemontesi, affidato alla penna del cantore Gipo Farassino.


La mia gente
non ha l'estro di cantare, 
non ha il sole,non ha il mare 
e nemmeno il buonumore.

La mia gente
parla poco e ride a stento, 
e si tiene tutto dentro 
quando ha voglia di gridare.

La mia gente 
come tutti è andata a scuola, 
ma non gli han detto una parola 
della sua civiltà

Ma ci dicono che siamo musoni 
e ci dicono che odiamo i terroni, 
e ci dicono che siam piemontesi, falsi e cortesi e col naso all'insù. 
e ci dicono che siam piemontesi, falsi e cortesi e col naso all'insù.

La mia gente 
dentro l'anima ha l'assurdo, 
del dovere, dell'onore, 
anche a costo di crepare.

La mia gente 
per orgoglio, per pudore,
non ha mai voluto dire 
come ama e come muore.

La mia gente
sopra i banchi di una scuola, 
gli han strappato la sua lingua 
e la sua dignità.

Ma ci dicono che siamo musoni
e ci dicono che odiamo i terroni,
e ci dicono che siam piemontesi, falsi e cortesi e col naso all'insù.
e ci dicono che siam piemontesi, falsi e cortesi e col naso all'insù.









giovedì 8 gennaio 2015

Un piccolo viaggio prog...

Uno dei generi che da sempre apprezziamo maggiormente è sicuramente il rock progressivo, e in particolare quello nostrano: già nella scaletta del nostro primissimo concerto, quando ancora non ci chiamavamo B and B&B, avevamo voluto lasciare spazio ad alcuni brani di grandi band italiane del genere, sebbene il nostro repertorio fosse quasi del tutto in lingua inglese. 

Uno dei brani era Gioco di bimba delle Orme, che già aveva trovato spazio in una di queste nostre chiacchierate, e che è uno dei nostri brani quasi obbligati, che ci piace suonare in ogni occasione.

Ma non avevano ancora trovato spazio due brani che, fusi in un medley, ci sono entrati dentro al punto che ci piace suonarli sempre alla fine dei nostri concerti, per salutarvi, per come la pensiamo noi, al meglio. 

Uno dei due brani è Il banchetto, della PFM, mentre l'altro, che abbiamo suonato ogni volta che siam saliti su di un palco dall'anno scorso a oggi, è Non mi rompete, del Banco del Mutuo Soccorso... Un piccolo grande capolavoro che merita di essere ascoltato e riascoltato!

Che dire, allora: spazio alla musica... E a presto per grandi news! Continuate a seguirci!




Non mi svegliate, ve ne prego,
ma lasciate che io dorma questo sonno,
sia tranquillo da bambino,
sia che puzzi del russare da ubriaco.
Perché volete disturbarmi
se io forse sto sognando un viaggio alato
sopra un carro senza ruote
trascinato dai cavalli del maestrale,
del maestrale, in volo.

Sire, Maesta
Riverenti come sempre siam tutti qua
Sire, Siamo Noi
Il poeta, L'assassino E Sua santita
Tutti, Fedeli Amici Tuoi.
ah... Maesta
Prego, Amici Miei,
Lo Sapete Non So Stare Senza Di Voi
Presto, Sedetevi,
Al Banchetto Attendevamo soltanto voi
Sempre Ogni Giorno Che verra 

martedì 6 gennaio 2015

Era l'autunno, e il cameriere Antonio... una piccola storia (verissima) di moda

Ogni potere, qualunque esso sia, è destinato a fallire di fronte alla moda. Se la moda dice che le gonne devono essere corte, non si riuscirà ad allungarle nemmeno con la ghigliottina.

A pronunciare queste parole, Benito Mussolini. E, senza velleità politica alcuna, è indubbio che se addirittura un dittatore comprende quanto sia impossibile svincolarsi dalla moda, allora è evidente quanto essa sia determinante per stabilire i nostri ritmi e stili di vita.

Anche per questo è sicuramente lungimirante questo brano di Luigi Tenco datato 1964 in cui, con una sottile e beffarda ironia, il grande cantautore descrive i meccanismi perversi dell'inception, se così si può definire, della moda stessa.

Un Tenco sicuramente meno noto, ma non meno geniale, che ci ha colpiti moltissimo e ci ha spinti a metterci alla prova: ecco il nostro piccolo tributo, tratto dalla data zero di Paese di Poeti, Paese di Cantori, della scorsa estate: La ballata della Moda.

Come già accennato qualche giorno fa, il 2015 sarebbe stato un anno di novità: tra queste, potenzieremo il nostro canale Youtube, cercando di postar video dei nostri concerti con maggior frequenza. Speriamo apprezziate! In ogni caso, grazie a tutti voi che continuate a seguirci!


Era l'autunno e il cameriere Antonio
servendo ad un tavolo di grandi industriali
sentì decidere che per l'estate prossima
sarebbe andata di moda l'acqua blu.

Loro dicevano che bastava fare 
una campagna di pubblicità
Mettere in ogni bar un po' di bottigliette
ed il successo non poteva mancare

Antonio tra se rideva
ahahah-ahahah
diceva “me ne infischio della moda io bevo solo quello che mi va”

Venne l'inverno e Antonio vide al cinema
cortometraggi con bottiglie d'acqua blu
fotografie sui muri e sui giornali
di belle donne che invitavano a provarla

in primavera già qualcuno la beveva
e pure lui un giorno a casa d'un amico
dovette berla perché quello imbarazzato
gli disse “scusa ma non m'è rimasto altro”

Antonio però rideva
ahahah-ahahah
diceva “me ne infischio della moda ma in mancanza d'altro bevo quel che c'è”

venne l'estate ed in villeggiatura 
Antonio aveva sete e non sapeva cosa bere
in ogni bar dove chiedeva un dissetante
manco a farlo apposta gli servivano acqua blu

le prime volte lui si era opposto
ma poi pensò “chi me lo fa fare”
e da quel giorno poco a poco si abituò
un mese dopo non beveva altro

Antonio però rideva
ahahah-ahahah
diceva “me ne infischio della moda ma bevo questa bibita perché mi va”

ora è l'autunno, Antonio è all'ospedale
intossicato perché beveva troppo
e per servire quel tavolo importante
s'è fatto sostituire dall'amico Pasquale

stan decidendo per la prossima moda
un pantalone a strisce gialle e nere
basterà fare una gran pubblicità
farlo indossare da qualche grande attore

Pasquale tra se sorride
Ahahaha-ahahah
E dice “me ne infischio della moda io porto solo quello che mi va”
Ma io vedo già Pasquale
Ahahah-ahahah
Chissà come starà male
Coi pantaloni a strisce gialle e nere

venerdì 5 settembre 2014

Bocca di rosa...

Un giorno, Vincenzo Mollica intervistò Fabrizio De Andrè. Passi di questa lunga intervista sono raccolti in uno speciale della Rai che ha come cuore il meraviglioso concerto del grande cantautore genovese al Teatro Brancaccio del 1998, come cornice e presentazione alle canzoni. E tra i tanti, la domanda di Mollica su quale fosse, per Faber, la canzone che meglio lo rappresentasse tra le tante da lui scritte nella sua lunga e meravigliosa carriera. Senza esitare, De Andrè rispose: 

Sicuramente Bocca di Rosa.

La storia di questa canzone, incisa per la prima volta in Volume I, nel 1967, è quella di una forestiera, Bocca di Rosa appunto, che, con il suo comportamento molto libertino arriva a sconvolgere la quiete del piccolo paesino di Sant'Ilario (un sobborgo di Genova), al punto da suscitare le ire e le invidie delle donne del paese, che riescono a convincere, su consiglio di una vecchia zitella inacidita, l'ordine costituito a cacciarla dalla città. 

La canzone, che prende di mira quella mentalità perbenista, bigotta e chiusa, che nel racconto è propria delle donne della provincia ligure, ma in generale si rivolge al mondo intero, conobbe svariate modifiche e incontrò non pochi ostacoli, per le tematiche a dir poco "spinose", visti i limiti imposti dalla censura dell'epoca. Nel 1967, infatti, il disco Volume I venne stampato una seconda volta, e in questo secondo caso il testo della canzone venne modificato: il paesino di Sant'Ilario divenne il fittizio San Vicario, mentre i versi che citavano 

Spesso gli sbirri e i carabinieri 
al proprio dovere vengono meno 
ma non quando sono in alta uniforme 
e l'accompagnarono al primo treno

divennero, su "gentile pressione dell'Arma dei Carabinieri", quelli che tutti noi conosciamo, ovvero



Il cuore tenero non è una dote
di cui sian colmi i Carabinieri
ma quella volta a prendere il treno
l'accompagnarono malvolentieri.

Se la storia di Bocca di Rosa sia vera o frutto di finzione, questo non è dato saperlo con certezza. C'è chi pensa, teoria seccamente smentita da Dori Ghezzi e Paolo Villaggio, che di Faber era grande amico, che la "vera" Bocca di Rosa fosse Liliana Tassio, deceduta a Sampierdarena nel 2010, all'età di 88 anni.
Dori Ghezzi, invece, sostiene di aver saputo proprio dal marito che la musa ispiratrice non era genovese, ma una fan, triestina, che gli raccontò la sua storia e lo colpì a tal punto da spingerlo a scrivere la canzone. Ad ascoltare questa teoria, quindi, un fondo di verità l'avrebbe la storia di Maritza, la bella prostituta istriana protagonista della biografia romanzata di Bocca di Rosa nel libro Un destino ridicolo, scritto a quattro mani da Alessandro Gennari e lo stesso Faber, che sarebbe poi divenuto nel 2008 un film diretto da Daniele Costantini e intitolato Amore che vieni, amore che vai...

La verità, probabilmente, come spesso se non sempre accade per questi misteri, non la scopriremo mai, ed i suoi protagonisti ormai non calcano più questa terra. Quel che resta di sicuro è quel capolavoro magico che è, e che sempre sarà, questa canzone immortale: Bocca di Rosa.


La chiamavano bocca di rosa 
metteva l'amore, metteva l'amore, 
la chiamavano bocca di rosa 
metteva l'amore sopra ogni cosa. 

Appena scese alla stazione 
nel paesino di Sant'Ilario 
tutti si accorsero con uno sguardo 
che non si trattava di un missionario. 

C'è chi l'amore lo fa per noia 
chi se lo sceglie per professione 
bocca di rosa né l'uno né l'altro 
lei lo faceva per passione. 

Ma la passione spesso conduce 
a soddisfare le proprie voglie 
senza indagare se il concupito 
ha il cuore libero oppure ha moglie. 

E fu così che da un giorno all'altro 
bocca di rosa si tirò addosso 
l'ira funesta delle cagnette 
a cui aveva sottratto l'osso. 

Ma le comari di un paesino 
non brillano certo in iniziativa 
le contromisure fino a quel punto 
si limitavano all'invettiva. 

Si sa che la gente dà buoni consigli 
sentendosi come Gesù nel tempio, 
si sa che la gente dà buoni consigli 
se non può più dare cattivo esempio. 

Così una vecchia mai stata moglie 
senza mai figli, senza più voglie, 
si prese la briga e di certo il gusto 
di dare a tutte il consiglio giusto. 

E rivolgendosi alle cornute 
le apostrofò con parole argute: 
"il furto d'amore sarà punito- 
disse- dall'ordine costituito". 

E quelle andarono dal commissario 
e dissero senza parafrasare: 
"quella schifosa ha già troppi clienti 
più di un consorzio alimentare". 

E arrivarono quattro gendarmi 
con i pennacchi con i pennacchi 
e arrivarono quattro gendarmi 
con i pennacchi e con le armi. 


Il cuore tenero non è una dote
di cui sian colmi i carabinieri
ma quella volta a prendere il treno
l'accompagnarono malvolentieri

Alla stazione c'erano tutti 
dal commissario al sagrestano 
alla stazione c'erano tutti 
con gli occhi rossi e il cappello in mano, 

a salutare chi per un poco 
senza pretese, senza pretese, 
a salutare chi per un poco 
portò l'amore nel paese. 

C'era un cartello giallo 
con una scritta nera 
diceva "Addio bocca di rosa 
con te se ne parte la primavera". 

Ma una notizia un po' originale 
non ha bisogno di alcun giornale 
come una freccia dall'arco scocca 
vola veloce di bocca in bocca. 

E alla stazione successiva 
molta più gente di quando partiva 
chi mandò un bacio, chi gettò un fiore 
chi si prenota per due ore. 

Persino il parroco che non disprezza 
fra un miserere e un'estrema unzione 
il bene effimero della bellezza 
la vuole accanto in processione. 

E con la Vergine in prima fila 
e bocca di rosa poco lontano 
si porta a spasso per il paese 
l'amore sacro e l'amor profano. 

giovedì 28 agosto 2014

L'uomo coi capelli da ragazzo... sottile linea tra lucidità e follia...

Ero matta in mezzo ai matti. I matti erano matti nel profondo, alcuni molto intelligenti. Sono nate lì le mie più belle amicizie. I matti son simpatici, non come i dementi, che sono tutti fuori, nel mondo. I dementi li ho incontrati dopo, quando sono uscita...

Quando abbiamo cominciato a coltivare l'idea di abbinare musica e letteratura italiana nel nostro progetto Paese di Poeti, Paese di Cantori il nostro obiettivo era proprio questo: le poche righe con le quali ho iniziato questo post sono di Alda Merini, e la biografia della poetessa milanese, più volte internata in ospedali psichiatrici e che conobbe da vicino la follia, permette di comprenderne il peso più di qualunque altra parola.

Ed è qui che il collage comincia a costruirsi: come un'eco, ecco cominciare la storia de L'uomo coi capelli da ragazzo, canzone che Ivano Fossati scrisse nel 1988. Il protagonista è un uomo, un matto, che avrà quarant'anni, e i capelli da ragazzo, un'età indefinibile. Il racconto è quello del parallelismo impossibile tra due mondi troppo lontani: quello dell'Uomo coi capelli da ragazzo, costruito da fantasia senza controllo, la fantasia dei folli, quella che porta a vedere quel bel mare di Lombardia, che cresce attorno ai muri, come seminato a grano. E dall'altra, il mondo razionale. Un mondo lontano e diverso: l'Uomo coi capelli da ragazzo tiene l'anima per sè, in mezzo al cortile. E nessuno si spinge fin da lui, eccetto il medico, nessuno si ricorda di lui. Eppure, chi venisse a prenderlo la domenica vedrebbe che bel mare che c'è...


L'uomo avrà quarant'anni 
e i capelli da ragazzo 
in mezzo al cortile tiene 
l'anima per sè 
Il medico lo guarda 
il medico tranquillo lo ascolta 
gli lascia servire in tavola 
tutte le volte che c'è. 
Così parlano del tempo 
di questo vento che porta via 
e ancora del mare 
di questo bel mare di Lombardia 
che cresce attorno ai muri 
come seminato a grano 
quando d'estate canta e soffia 
qualche vapore lontano. 

Chi venisse a prenderlo 
una domenica 
vedrebbe che bel mare che c'è. 

Qui il ricordo non è uomo 
e il più delle volte nemmeno donna 
qui è il tempo che sta seduto 
a mettere i numeri in colonna 
Non per tracciare una rotta 
chè non si può dare una via 
quando a un acuto dolore segue 
una più acuta fantasia, 
L'uomo avrà quarant'anni 
e i capelli da ragazzo 
in camera ha un ritratto che 
si è fatto da sè. 

Chi venisse a prenderlo 
una domenica 
vedrebbe che bel mare che c'è. 


lunedì 25 agosto 2014

In piena facoltà, Egregio Presidente, Le scrivo la presente, che spero leggerà

Chi era Boris Vian? Difficile dirlo, difficile dare un'identità a un artista tanto poliedrico. Fu scrittore, poeta, autore di opere teatrali. Ma anche musicista, abile trombettista fin dalla tenera età. E, grande appassionato di jazz, critico e dirigente del reparto discografico jazzistico della Phillips...
Morì giovane Boris Vian: ad appena trentanove anni, d'infarto, conseguenza di una cardiopatia che lo accompagnava da anni. Alle sue spalle lasciava una vera montagna di lavoro. Biografi raccontano come scrivesse a ogni ora, di giorno e di notte, ed a testimoniarlo rimangono infatti una decina di romanzi (tra cui il breve e scandaloso Sputerò sulle vostre tombe, scritto per scommessa e sotto lo pseudonimo di Vernon Sullivan, opera che gli donò la celebrità), svariate pièces teatrali e circa cinquecento canzoni.

Tra esse, una in particolare rimase destinata ad entrare nella storia come uno dei più grandi inni alla pace mai scritti: il suo titolo era Le deserteur. La scrisse nel 1954, per pubblicarla poco dopo la disfatta francese a Dien Bien Phu, che segnò la fine della guerra in Indocina. 

Cantata inizialmente da Marcel Mouloudji, poi in un secondo momento da Vian, conobbe in seguito numerose interpretazioni da parte di molti artisti. In Italia arrivò grazie a Luigi Tenco, che la tradusse come I padroni della Terra. In seguito, venne ritradotta nella versione più nota, cantata da Ornella Vanoni e, soprattutto, Ivano Fossati. 

Sono passati sessant'anni da quando Vian prese carta e penna e scrisse questi versi, ma ancora oggi le parole suonano fin troppo familiari, fin troppo attuali. Questo è il nostro piccolo tributo...


In piena facoltà,
Egregio Presidente,
le scrivo la presente,
che spero leggerà.
La cartolina qui
mi dice terra terra
di andare a far la guerra
quest'altro lunedì.
Ma io non sono qui,
Egregio Presidente,
per ammazzar la gente
più o meno come me.
Io non ce l'ho con Lei,
sia detto per inciso,
ma sento che ho deciso
e che diserterò.

Ho avuto solo guai
da quando sono nato
e i figli che ho allevato
han pianto insieme a me.
Mia mamma e mio papà
ormai son sotto terra
e a loro della guerra
non gliene fregherà.
Quand'ero in prigionia
qualcuno m'ha rubato
mia moglie e il mio passato,
la mia migliore età.
Domani mi alzerò
e chiuderò la porta
sulla stagione morta
e mi incamminerò.

Vivrò di carità
sulle strade di Spagna,
di Francia e di Bretagna
e a tutti griderò
di non partire più
e di non obbedire
per andare a morire
per non importa chi.
Per cui se servirà
del sangue ad ogni costo,
andate a dare il vostro,
se vi divertirà.
E dica pure ai suoi,
se vengono a cercarmi,
che possono spararmi,
io armi non ne ho.

P.S.: Per chi fosse interessato ad approfondire ulteriormente la magnifica storia di questa canzone, allego anche questo link.

domenica 17 agosto 2014

Gioco di bimba...

1972: è l'anno di uscita de L'uomo di pezza, delle Orme. Un album che è praticamente un concept, e che ha come filo conduttore la figura di un uomo imbambolato, che diviene "di pezza" nei confronti di una donna.

In particolare, Gioco di bimba, seconda traccia dell'album e uno dei massimi successi della band, racconta, con l'efficacia del suo testo, sospeso tra favola e realtà, uno stupro, perpetuato ai danni di una ragazzina.

Questa è una canzone alla quale siamo molto legati: innanzitutto per la storia che racconta, che, proprio perchè avvolta da quest'atmosfera fiabesca, finisce per essere ancor più dissonante ed esplicita. Poi, perchè è, a nostro avviso, uno dei tanti capolavori della musica italiana che devono essere conosciuti ed ascoltati. Ecco il perchè del nostro tributo, e del fatto che, da quando suoniamo insieme, l'abbiamo eseguita a tutti i concerti.

Il video che segue è tratto dal live Paese di Poeti, Paese di Cantori, andato in scena nella chiesa di S. Rocco a Condove (TO) lo scorso 23 luglio, con Silvano Borgatta alle tastiere. Come al solito, grazie a Andrea Rossi per le riprese.




(1972 - Pagliuca, Tagliapietra)

Come d'incanto lei s'alza di notte,
Cammina in silenzio con gli occhi ancor chiusi
Come seguisse un magico canto
E sull'altalena ritorna a sognare.

La lunga vestaglia, il volto di latte,
I raggi di luna sui folti capelli.
La statua di cera s'allunga tra i fiori
Folletti gelosi la stanno a spiare.

Dondola, dondola, il vento la spinge
Cattura le stelle per i suoi desideri.
Un'ombra furtiva si stacca dal muro:
Nel gioco di bimba si perde una donna.

Un grido al mattino in mezzo alla strada,
Un uomo di pezza invoca il suo sarto
Con voce smarrita per sempre ripete:
"Io non volevo svegliarla così!"
"Io non volevo svegliarla così!"