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domenica 18 gennaio 2015

Un nostro piccolo contributo: 1° Memorial Giuseppe Caresio

Mentre si avvicina l'appuntamento del 27 gennaio, con la Giornata della Memoria a Condove, ecco online il nostro piccolo contributo all'inaugurazione del 1° Memorial Giuseppe Caresio, con la voce di Bea a intonare l'Ave Maria di Bach/GounodLindbergh di Ivano Fossati (con tanto di imprevisto Nokia tune).

Un grazie speciale a Claudio Giordano per le riprese, oltre che ad Anna Pinzuti, a Tina Masoero ed a Eva Caresio per l'opportunità che ci hanno concesso.


giovedì 28 agosto 2014

L'uomo coi capelli da ragazzo... sottile linea tra lucidità e follia...

Ero matta in mezzo ai matti. I matti erano matti nel profondo, alcuni molto intelligenti. Sono nate lì le mie più belle amicizie. I matti son simpatici, non come i dementi, che sono tutti fuori, nel mondo. I dementi li ho incontrati dopo, quando sono uscita...

Quando abbiamo cominciato a coltivare l'idea di abbinare musica e letteratura italiana nel nostro progetto Paese di Poeti, Paese di Cantori il nostro obiettivo era proprio questo: le poche righe con le quali ho iniziato questo post sono di Alda Merini, e la biografia della poetessa milanese, più volte internata in ospedali psichiatrici e che conobbe da vicino la follia, permette di comprenderne il peso più di qualunque altra parola.

Ed è qui che il collage comincia a costruirsi: come un'eco, ecco cominciare la storia de L'uomo coi capelli da ragazzo, canzone che Ivano Fossati scrisse nel 1988. Il protagonista è un uomo, un matto, che avrà quarant'anni, e i capelli da ragazzo, un'età indefinibile. Il racconto è quello del parallelismo impossibile tra due mondi troppo lontani: quello dell'Uomo coi capelli da ragazzo, costruito da fantasia senza controllo, la fantasia dei folli, quella che porta a vedere quel bel mare di Lombardia, che cresce attorno ai muri, come seminato a grano. E dall'altra, il mondo razionale. Un mondo lontano e diverso: l'Uomo coi capelli da ragazzo tiene l'anima per sè, in mezzo al cortile. E nessuno si spinge fin da lui, eccetto il medico, nessuno si ricorda di lui. Eppure, chi venisse a prenderlo la domenica vedrebbe che bel mare che c'è...


L'uomo avrà quarant'anni 
e i capelli da ragazzo 
in mezzo al cortile tiene 
l'anima per sè 
Il medico lo guarda 
il medico tranquillo lo ascolta 
gli lascia servire in tavola 
tutte le volte che c'è. 
Così parlano del tempo 
di questo vento che porta via 
e ancora del mare 
di questo bel mare di Lombardia 
che cresce attorno ai muri 
come seminato a grano 
quando d'estate canta e soffia 
qualche vapore lontano. 

Chi venisse a prenderlo 
una domenica 
vedrebbe che bel mare che c'è. 

Qui il ricordo non è uomo 
e il più delle volte nemmeno donna 
qui è il tempo che sta seduto 
a mettere i numeri in colonna 
Non per tracciare una rotta 
chè non si può dare una via 
quando a un acuto dolore segue 
una più acuta fantasia, 
L'uomo avrà quarant'anni 
e i capelli da ragazzo 
in camera ha un ritratto che 
si è fatto da sè. 

Chi venisse a prenderlo 
una domenica 
vedrebbe che bel mare che c'è. 


lunedì 25 agosto 2014

In piena facoltà, Egregio Presidente, Le scrivo la presente, che spero leggerà

Chi era Boris Vian? Difficile dirlo, difficile dare un'identità a un artista tanto poliedrico. Fu scrittore, poeta, autore di opere teatrali. Ma anche musicista, abile trombettista fin dalla tenera età. E, grande appassionato di jazz, critico e dirigente del reparto discografico jazzistico della Phillips...
Morì giovane Boris Vian: ad appena trentanove anni, d'infarto, conseguenza di una cardiopatia che lo accompagnava da anni. Alle sue spalle lasciava una vera montagna di lavoro. Biografi raccontano come scrivesse a ogni ora, di giorno e di notte, ed a testimoniarlo rimangono infatti una decina di romanzi (tra cui il breve e scandaloso Sputerò sulle vostre tombe, scritto per scommessa e sotto lo pseudonimo di Vernon Sullivan, opera che gli donò la celebrità), svariate pièces teatrali e circa cinquecento canzoni.

Tra esse, una in particolare rimase destinata ad entrare nella storia come uno dei più grandi inni alla pace mai scritti: il suo titolo era Le deserteur. La scrisse nel 1954, per pubblicarla poco dopo la disfatta francese a Dien Bien Phu, che segnò la fine della guerra in Indocina. 

Cantata inizialmente da Marcel Mouloudji, poi in un secondo momento da Vian, conobbe in seguito numerose interpretazioni da parte di molti artisti. In Italia arrivò grazie a Luigi Tenco, che la tradusse come I padroni della Terra. In seguito, venne ritradotta nella versione più nota, cantata da Ornella Vanoni e, soprattutto, Ivano Fossati. 

Sono passati sessant'anni da quando Vian prese carta e penna e scrisse questi versi, ma ancora oggi le parole suonano fin troppo familiari, fin troppo attuali. Questo è il nostro piccolo tributo...


In piena facoltà,
Egregio Presidente,
le scrivo la presente,
che spero leggerà.
La cartolina qui
mi dice terra terra
di andare a far la guerra
quest'altro lunedì.
Ma io non sono qui,
Egregio Presidente,
per ammazzar la gente
più o meno come me.
Io non ce l'ho con Lei,
sia detto per inciso,
ma sento che ho deciso
e che diserterò.

Ho avuto solo guai
da quando sono nato
e i figli che ho allevato
han pianto insieme a me.
Mia mamma e mio papà
ormai son sotto terra
e a loro della guerra
non gliene fregherà.
Quand'ero in prigionia
qualcuno m'ha rubato
mia moglie e il mio passato,
la mia migliore età.
Domani mi alzerò
e chiuderò la porta
sulla stagione morta
e mi incamminerò.

Vivrò di carità
sulle strade di Spagna,
di Francia e di Bretagna
e a tutti griderò
di non partire più
e di non obbedire
per andare a morire
per non importa chi.
Per cui se servirà
del sangue ad ogni costo,
andate a dare il vostro,
se vi divertirà.
E dica pure ai suoi,
se vengono a cercarmi,
che possono spararmi,
io armi non ne ho.

P.S.: Per chi fosse interessato ad approfondire ulteriormente la magnifica storia di questa canzone, allego anche questo link.